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Roma 15 ottobre 2011

Prima

Pensavamo si potesse riuscire a completare un pullman da Asti, non ci siamo riusciti e abbiamo deciso di partire per la grande manifestazione con tre furgoni a noleggio e tre autisti volontari (io, Beppe e Roberto). La piccola comitiva si ritrova alle 5 del mattino davanti alla Cgil e comincia il suo viaggio verso la capitale. Per alcuni di noi ottobre a Roma è un appuntamento ultradecennale, per i più giovani, la maggior parte, è una prima volta. In tutti c’è la consapevolezza di partecipare ad un data “storica”: non era mai successo che contemporaneamente si manifestasse in 950 piazze di tutto il mondo. Il viaggio è lungo e c’è modo di scambiarsi qualche idea sulle aspettative e anche per esorcizzare i timori che ci possano essere incidenti. Lungo l’autostrada sorpassiamo un numero impressionante di bus diretti alla manifestazione e all’autogrill di Badia al Pino la felice sorpresa di incontrare volti amici, Francesco ed Eugenio, partiti con il bus delle Officine Corsare di Torino. Poco prima di mezzogiorno parcheggiamo alla Anagnina, capolinea della metropolitana. C’è una piccola discussione sull’ora di ritrovo per il ritorno a casa, non immaginiamo ancora che non saremo noi a decidere i tempi. All’arrivo in piazza repubblica incontriamo ancora tre astigiani (Michele, Massimo e un giovane compagno di Vinchio di cui non ricordo il nome), il clima è accogliente sia per la temperatura che per l’aria di festa che si respira. Andiamo a mangiare in trattoria e all’uscita qualcosa è già cambiato, ci sono cordoni di poliziotti che ci impediscono di raggiungere la piazza da Via Nazionale, bisognerà fare un giro più lungo.

Il corteo

La sensazione dell’occasione importante è confermata dalla marea di gente che si dipana lungo via Cavour, dopo un’ora e mezzo di corteo piazza Repubblica è ancora piena. I negozi sono tutti aperti a testimonianza che i contenuti della manifestazione sono largamente condivisi dalla popolazione, c’è armonia tra manifestanti e cittadini. La prima telefonata che mi arriva da Asti a chiedermi notizie sugli incidenti mi lascia perplesso, non c’è sentore nel corteo di incidenti. Decidiamo, con Fulvia e Mirella, di andare alla ricerca di Carlo, che avevamo perso dopo 25 secondi dalla partenza del corteo, puntando direttamente verso P.zza San Giovanni. La testa del corteo ci lascia perplessi: non c’è la stessa atmosfera festosa che ci eravamo lasciati alle spalle, si avverte un clima di tensione, un procedere silenziosamente teso. Da sopra un camion qualcuno inneggia al conflitto e all’azione dimostrativa, seguito da alcune file di manifestanti che all’altezza di Via Merulana si serrano in più cordoni, silenziosi e tetri. Complessivamente non più di 300/400 persone. Ci allontaniamo, raggiungiamo la piazza dove c’è ancora poca gente. La Polizia non si vede quasi, dopo un quarto d’ora cominciamo a sentire colpi secchi, un fuggi fuggi generale e si comincia ad avvertire l’odore acre dei lacrimogeni e prima dell’imbocco della piazza vediamo cariche di polizia precedute dal getto degli idranti. Alcune famiglie con bambini piccoli si arrampicano sulla cancellata della basilica per chiedere che vengano aperti i cancelli, sapremo più tardi che hanno trovato ascolto: la chiesa è stata aperta. Molti da Asti ci raccontano di quello che sta succedendo e di cui noi abbiamo una percezione limitata. L’sms di Luisa, che invita a non raggiungere piazza San Giovanni, mi arriva quando noi stiamo cercando il modo di uscirne. Una giornata che si annunciava splendida è irrimediabilmente rovinata, le centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato non possono essere cancellate ma capiamo fin da subito che i giorni successivi si parlerà solo ed esclusivamente di ordine pubblico. Strana sintonia di interessi tra incappucciati e governo, con il soccorso di pezzi di opposizione (da Di Pietro a Casini a esponenti del PD, soprattutto piemontesi).
Alle 20,30 faticosamente riusciamo a ricongiungerci al punto di ritrovo e a tornare verso Asti. L’umore è di tutt’altro segno rispetto a quello della partenza.

Dopo

L’esito della manifestazione lascia in sospeso alcuni interrogativi. Perché tanto dispiegamento di forze dell’ordine nella zona di partenza del corteo, mentre lungo il percorso era possibile infilarsi dappertutto e soprattutto fare passare qualsiasi cosa? Perché piazza San Giovanni è stata lasciata di fatto sguarnita? Perché solo la FIOM e i Cobas si sono dotati di un minimo di servizio d’ordine? Sono interrogativi senza risposta che rimandano però ad un altro più problematico. E’ ancora possibile pensare a grandi appuntamenti di protesta, dove la concentrazione di centinaia di migliaia di persone in un unico momento di grande visibilità mediatica offre il fianco all’interesse congiunto del governo e di minoranze (sempre autonome?) votate al protagonismo violento, di trasformare gli appuntamenti stessi in un problema di ordine pubblico? I “senza volto”, incappucciati o cai caschi, sono poco interessati alla condivisione di obiettivi e risultati con i movimenti o le forze politiche che organizzano la manifestazione, sono interessati solo al risalto mediatico delle loro gesta. Il governo, segnatamente quest’ultimo ma non solo questo e non solo le forze politiche che lo sostengono, ha interesse a “indirizzare” verso epiloghi violenti momenti di partecipazione popolare che mettono il dito nella piaga di un modello di sviluppo che segna ormai da tempo i suoi limiti e che scarica sulla collettività i rifiuti tossici di un processo di accumulazione di cui continuano a beneficiare in pochi. Fino a sabato si è parlato dei contenuti intorno ai quali milioni di persone avrebbero manifestato lo stesso giorno in tutto il mondo. Da sabato sera nel resto del mondo si è parlato della grande partecipazione popolare alle manifestazioni, in Italia solo di ordine pubblico e, nelle ultime ore, di come sospendere le garanzie costituzionali di manifestazione del proprio dissenso da parte dei cittadini. La cosa più grave è che, a parte la sinistra (Federazione, Sel e Verdi), tutte le forze politiche sono preoccupate di come sbattere in galera un po’ di gente, perfino in assenza di flagranza di reato. Eccellono in questo esercizio liberticida, insieme a Pdl e Lega al gran completo, Di Pietro che vuole tornare alla legge Reale, quella del fermo di polizia di 4 giorni senza alcuna tutela legale e con processi per direttissima (una sorta di linciaggio al passo coi tempi) e alcuni deputati del PD piemontese che invocano già da oggi il “pugno duro” nei confronti della manifestazione di domenica prossima in Val Susa. A questo proposito mi chiedo se non sarebbe più saggio da parte del movimento “No Tav” sospendere l’appuntamento di domenica e fare sedimentare la voglia di punizioni esemplari che trasuda dalle dichiarazioni di molte forze politiche. Mi sembra del tutto evidente che si farà qualsiasi cosa affinché in Val Susa si drammatizzi ulteriormente il clima. La possibilità di occupare, dopo appena una settimana, gli spazi televisivi con nuove immagini di violenza è fin troppo ghiotta per cercare di chiudere il sipario sulle manifestazioni di massa e sulla larga solidarietà e simpatia di cui gode il movimento valsusino. Basta leggere le dichiarazioni di oggi dell’onorevole, si fa per dire, Esposito del PD per capire il clima che si sta preparando. Credo che la sospensione della manifestazione sarebbe un atto di responsabilità non nei confronti del governo ma nei confronti di migliaia di giovani, che sicuramente accoreranno numerosi e generosi in Val Susa e che rischieranno di rovinarsi l’esistenza. Sono consapevole che questa mia riflessione potrà destare fastidio in molti ma credo che dalla drammatizzazione dello scontro possano ricavare benefici solo il governo e il partito degli affari.

Asti 17 ottobre

Giovanni Pensabene

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