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I miei 150. Grazie mamma!

Ci hanno provato in molti con risultati più o meno ottimali,  con manifestazioni, eventi, progetti più o meno riusciti. Io, a distanza di quasi due mesi e con il fervore dei festeggiamenti che va sopendosi, trovo finalmente il modo di immortalare la mia istantanea dei 150 anni di storia unitaria del mio Paese; ad onor di cronaca non si tratta di una vera e propria fotografia statica bensì di un pezzetto di vita, qualcosa che in campo cinefilo verrebbe definito “corto d’essai”. Siamo a Roma, una di quelle stradine in piano centro tanto care a Fellini. Seduti nel dehor di un bar due dei protagonisti della nostra vicenda: il senatore leghista Umberto Bossi e suo figlio, consigliere regionale della Lombardia, Renzo, sulle cui carenze culturali si è fin troppo speculato senza troppe volte considerare che padri ferrei e arrivati che cercano di piazzare figli ignoranti ed incapaci è uno dei mali peggiori dell’Italietta unita e non solo prerogativa del Senatùr. Due generazioni a confronto, nel bel mezzo di un momento di svago, condito da un buon gelato. Per gli amanti della satira raffinata questi ingredienti basterebbero, accompagnati da un’etichetta tipo “ I leghisti: basta mangiare a Roma!”. Non mi sono fermato qua, ed infatti ecco che si presenta la spannung di tutta la nostra sceneggiatura: da una scolaresca a passeggio si stacca un ragazzo che nota le due creature acquatiche, una trota e un pesce pagliaccio (varietà multi cromata in ossequio ai colori dell’elettorato sostenitore. Verdi  ex rossi, ex bianchi, ex azzurri) ed, ignaro della gravità dell’affronto, inizia ad intonare l’inno di Mameli, busto impettito e mano sul cuore. Il novello aizzatore di folle, in nostro “enfant” Savonarola , richiama così i suoi simili a comportarsi egualmente cosicché in breve si viene a formare una fila schierata che grida a squarciagola “Fratelli d’Italia!” Per un attimo sembrano rievocare  le notti magiche del mondiale in Germania cinque anni or sono, altro pezzettino di un puzzle a lunga scadenza, perennemente work in progress, chiamato Italia. Umberto sembra non curarsi molto di quei piccoli sovvertori dell’ordine federale tanto ambito; si consola pensando che la gioventù celodurista padana, in quel momento, sarà a braccetto per la val brembana ad intonare “Va pensiero, sull’ali d’orate”. No, non è scritto male. La scritta è comparsa proprio negli ambienti dei devoti a San Alberto da Giussano, con buona pace di Verdi (Vittorio Emanuele Re d’Italia, cari amici irredentisti). Finisce qua il nostro corto, senza un vero finale scritto. Lo lascio a chi legge come mi piacerebbe che la gerontocrazia che ora siede nelle Alte Camere lasciasse alla mia generazione carta bianca per proseguire la storia di questa nazione. Forse chiedo troppo ma per ora mi accontento, congedandomi con un “riso amaro” sul volto e regalandovi il mio ricordo più caro del centocinquantenario. E un ringraziamento a mamma Italia, che li porta davvero bene. Tutto sommato.

Jacopo Perosino

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